domenica 9 agosto 2009
Attiviamo la partecipazione

In queste ultime settimane con un gruppo di persone e soprattutto di giovani abbiamo provato a immaginare i giorni, le ore che ci avvicinano all'appuntamento delle primarie. Quali processi avviare per partecipare le idee, far partecipare le persone, quale comunicazione usare, quali occasioni di incontro e confronto vivere per fare un congresso che liberi il futuro. Un congresso in cui ci siamo tutti. Penso questo: siamo chiamati ad interpretare e sperimentare sin da questa campagna per le primarie il senso di rinnovamento della politica che vogliamo veder realizzata dal partito democratico. Cosa saremo dipenderà molto dai per percorsi che faremo tutti per arrivarci. Credo sia questo il momento opportuno per non accontentarsi di vivere come comparse di una storia. Mi piace immaginare questo tempo come l’inizio di un’altra storia. Non mi va di replicare, mi va di innovare. A partire da questa campagna. Siamo partiti da idee concrete. Abbiamo cominciato la stesura di un Manifesto per la Puglia, in cui ci sono delle idee con lo scopo dichiarato che diventino oggetto del confronto dei prossimi giorni per far nascere una visione condivisa del partito democratico che vogliamo essere. Della Puglia che vogliamo. Accanto a quelle parole potremmo aggiungerne ancora molte altre. È un testo aperto da arricchire con il contributo di tutti coloro che vogliono provare a raccontare il futuro che sta nascendo nella nostra regione. La differenza non si declama si fa. Al centro della mia candidatura alla segreteria regionale del Partito democratico c’è la Puglia. Quella della società pugliese vitale, fertile, dinamica. Una società in grado di esercitare la propria autonomia. Per questo immagino un percorso congressuale delle persone, in cui tutti siamo protagonisti e nessuno è spettatore. Vi aspetto domani alle 18 alla sede del Corsivo a Bari (via Bersaglieri, 3). Il diario che insieme scriveremo nelle prossime settimane, sarà ancora più bello di quello che insieme abbiamo già scritto in questi anni. Non mancate. Ci sarò e vi aspetto. Tutti, ad uno ad uno. Guglielmo


Postato da Guglielmo Minervini in Partito democratico
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mercoledi 29 luglio 2009
L'erosione delle parole

“Un sintomo del grado di sviluppo della democrazia e in generale della qualità della vita pubblica si può desumere dallo stato di salute delle parole, da come sono utilizzate, da quello che riescono a significare. Dal senso che riescono a generare. Oggi, nel nostro paese, lo stato di salute delle parole è preoccupante. Stiamo assistendo a un processo patologico di conversione del linguaggio a un'ideologia dominante attraverso l'occupazione della lingua...”
Gianrico Carofiglio

Carissimi,

ha ragione Carofiglio.
Tutto ha origine nella parola.
Quando le parole si logorano fino a divenire gusci vuoti, allora possono rotolare nelle nostre comunicazioni senza lasciare alcun segno.
E la perdita di senso delle parole equivale alla perdita di confine dell'azione. Si svuotano le parole come si svuota il senso morale.
Entrambi sono il sintomo di una patologia. Di una cultura malata.
Carofiglio, nell’artico pubblicato su Repubblica che condivido con voi integralmente in calce, descrive acutamente l'erosione della parola vergogna.
Se ne possono aggiungere altre di parole erose: dignità, onore, pudore, onestà...
Se provassimo a elencare tutte, verrebbe fuori probabilmente il vocabolario delle parole devitalizzate. Dalla ricostruzione di questi significati passa la nostra capacità di indignarci.
Non stiamo parlando del berlusconismo, ma di noi stessi. Di quello straordinario sforzo che dobbiamo compiere per non smarrire il senso della nostra responsabilità.
Che ne dite troviamo ancora la forza di non arrenderci?
a presto
Guglielmo

Lo stato di salute della democrazia e l'incapacità di provare vergogna
di GIANRICO CAROFIGLIO

Un sintomo del grado di sviluppo della democrazia e in generale della qualità della vita pubblica si può desumere dallo stato di salute delle parole, da come sono utilizzate, da quello che riescono a significare. Dal senso che riescono a generare. Oggi, nel nostro paese, lo stato di salute delle parole è preoccupante. Stiamo assistendo a un processo patologico di conversione del linguaggio a un'ideologia dominante attraverso l'occupazione della lingua.
E l'espropriazione di alcune parole chiave del lessico civile. È un fenomeno riscontrabile nei media e soprattutto nella vita politica, sempre più segnata da tensioni linguistiche orwelliane. L'impossessamento, la manipolazione di parole come verità e libertà (e dei relativi concetti) costituisce il caso più visibile, e probabilmente più grave, di questa tendenza.
Gli usi abusivi, o anche solo superficiali e sciatti, svuotano di significato le nostre parole e le rendono inidonee alla loro funzione: dare senso al reale attraverso la ricostruzione del passato, l'interpretazione del presente e soprattutto l'immaginazione del futuro.
Se le nostre parole non funzionano - per cattivo uso o per sabotaggi più o meno deliberati - è compito di una autentica cultura civile ripararle, come si riparano meccanismi complessi e ingegnosi: smontandole, capendo quello che non va e poi rimontandole con cura. Pronte per essere usate di nuovo. In modo nuovo, come congegni delicati, precisi e potenti. Capaci di cambiare il mondo.
Proviamo allora a esercitarci in questo compito di manutenzione con una parola importante e più di altre soggetta allo svuotamento (e alla distorsione) di significato di cui dicevamo. Proviamo a restituire senso alla parola vergogna.
Nell'accezione che qui ci interessa la vergogna corrisponde al sentimento di colpa o di mortificazione che si prova per un atto o un comportamento sentiti come disonesti, sconvenienti, indecenti, riprovevoli.
E' una parola da ultimo molto utilizzata al negativo: per escludere, sempre e comunque, di avere alcuna ragione di vergogna o per intimare agli avversari - di regola con linguaggio e toni violenti - di vergognarsi. La forma verbale "vergognatevi" è oggi spesso utilizzata nei confronti di giornalisti che fanno il loro lavoro raccogliendo notizie, formulando domande e informando il pubblico.
Sembra dunque che vergognoso sia vergognarsi. La vergogna e la capacità di provarla appaiono qualcosa da allontanare da sé, una sorta di ripugnante patologia dalla quale tenersi il più possibile lontani.
Sulla questione Blaise Pascal la pensava diversamente, attribuendo alla capacità di provare vergogna una funzione importante nell'equilibrio umano. Nei Pensieri leggiamo infatti che "non c'è vergogna se non nel non averne".
In tale prospettiva è interessante soffermarsi sull'elencazione, che possiamo trovare in qualsiasi dizionario, dei contrari della parola. Troviamo parole come cinismo, impudenza, protervia, sfacciataggine, sfrontatezza, sguaiataggine, spudoratezza, svergognatezza.
Volendo trarre una prima conclusione, si potrebbe dunque dire che il non provare mai vergogna, cioè il non esserne capaci, è patologia caratteriale tipica di soggetti cinici, protervi, sfacciati, spudorati. Al contrario, la capacità di provare vergogna costituisce un fondamentale meccanismo di sicurezza morale, allo stesso modo in cui il dolore fisiologico è un meccanismo che mira a garantire la salute fisica. Il dolore fisiologico è un sintomo che serve a segnalare l'esistenza di una patologia in modo che sia possibile contrastarla con le opportune terapie. La ritardata o mancata percezione del dolore fisiologico è molto pericolosa e implica l'elevato rischio di accorgersi troppo tardi di gravi malattie del corpo.
Così come il dolore, la vergogna è un sintomo, e chi non è capace di provarla - siano singoli o collettività - rischia di scoprire troppo tardi di avere contratto una grave malattia della civilizzazione.
Qualsiasi professionista della salute mentale potrebbe dirci che le esperienze vergognose, quando vengono accettate, accrescono la consapevolezza e la capacità di miglioramento, e in definitiva costituiscono fattori di crescita. Quando invece esse vengono negate o rimosse, provocano lo sviluppo di meccanismi difensivi che isolano progressivamente dall'esterno, inducono a respingere ogni elemento dissonante rispetto alla propria patologica visione del mondo, e così attenuano il principio di realtà fino ad abolirlo del tutto.
Come ha osservato una studiosa di questi temi - Francesca Rigotti - l'azione del vergognarsi è solo intransitiva e non può mai essere applicata a un altro. Io posso umiliare qualcuno ma non posso vergognare nessuno. Sono io che mi vergogno, in conseguenza di una mia azione che avverto come riprovevole. Pertanto la capacità di provare vergogna ha fondamentalmente a che fare con il principio di responsabilità e dunque con la questione cruciale della dignità.
Diversi autori si sono occupati alla vergogna. La parola è presente in alcuni bellissimi passi di Dante e ricorre circa trecentocinquanta volte in Shakespeare. Ma è davvero interessante registrare cosa dice della vergogna Aristotele nell'Etica Nicomachea. "La vergogna non si confà a ogni età, ma alla giovinezza. Noi infatti pensiamo che i giovani devono essere pudichi per il fatto che, vivendo sotto l'influsso della passione, sbagliano, e lodiamo quelli tra i giovani che sono pudichi, ma nessuno loderebbe un vecchio perché è incline al pudore, giacché pensiamo che egli non deve compiere nessuna delle cose per le quali si ha da vergognarsi".


Postato da Guglielmo Minervini in Valori sociali
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mercoledi 8 luglio 2009
Ricucire in fretta il senso di una straordinaria avventura

Mi chiedete di decodificare gli eventi di questi giorni.
Mica facile.
Molti fili si sono aggrovigliati tra loro. Il filo della vicenda giudiziaria, al quale Vendola ha voluto corrispondere con una determinazione forte e inequivoca. Il filo del rafforzamento dell’azione del governo regionale, con l’obiettivo di imprimere un’ulteriore accelerazione finale. Il filo delle nuove alleanze per allargare la coalizione nella prospettiva del prossimo mandato.
La rapidità degli eventi ha imposto di consumare in pochi giorni ciò che richiede molte settimane, forse mesi.
E quando si accelera troppo, si corre il rischio di strappare qualcosa. E qualche volta gli strappi sono necessari per imprimere una svolta. Necessari e dolorosi. Ma ora è il tempo di ricucire.
Dobbiamo ricucire altrettanto in fretta il senso di una straordinaria avventura comune attraverso la quale la Puglia ha cominciato a gustare un cambiamento possibile.


Postato da Guglielmo Minervini in Partito democratico
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mercoledi 24 giugno 2009
Elezioni passate. E ora?

Carissimi,


l'esito delle ultime elezioni europee ed amministrative sta suscitando diverse reazioni contrastanti. Vorrei però prima di tutto partire dall'analisi a firma di Angelo Bertani, direttore di Adista.

"Non piangere e non ridere, direbbe Spinoza. Piuttosto occorre capire. E ci sono tante cose da capire, anche se molte erano prevedibili. Converrà capire, ad esempio, quali cause ha avuto e quali effetti potrà avere il mancato exploit del Pdl alle Europee. È vero che l'immagine del presidente del Consiglio appare più debole ed equivoca? Quale importanza hanno avuto (e non solo in Sicilia) le divisioni interne al Pdl? E quelle nel Pd? È vero che la vittoria della destra nelle amministrative è merito soprattutto della Lega? E perché? Quale ruolo hanno avuto nel risultato complessivo le polemiche interne al centrodestra e quelle interne al centrosinistra?

Converrà poi esaminare il ruolo svolto dai grandi media, tanto più efficace quanto più si è affievolita la comunicazione diretta e fiduciaria tra i partiti e la loro base (non solo degli elettori, ma persino degli iscritti); e studiare l'uso che i mass media hanno fatto dei sondaggi e di alcuni temi di grande impatto emotivo, a cominciare da immigrazione e sicurezza (per non scendere ai gossip). Insomma c'è molto da pensare e da fare per capire quel che sta avvenendo e per ristabilire un rapporto di dialogo e di fiducia tra la politica e la società civile.

Ma proprio qui si svela il problema centrale: chi può e deve pensare, capire, fare? La risposta dovrebbe essere: i partiti. Ma la realtà è che i partiti sono liquidi almeno quanto la società. Fatta eccezione per la Lega, essi sono assai più un'apparenza che una realtà. O meglio, sono un'apparenza che spesso nasconde una realtà diversa e non propriamente politica: arrivismo, clientele, affari, sete di potere... Il problema vero non è una novità ma emerge nettamente anche da queste elezioni è che occorre ricostruire i partiti, anzi re-inventarne una forma adatta all'attuale contesto sociale, economico e culturale. L'alternativa non è tra partiti pesanti o partiti leggeri, cioè più o meno strutturati, invadenti e costosi. Servono invece partiti democratici, partecipati, gratuiti, trasparenti, guidati da regole condivise, animati da grandi ideali, frequentati e guidati da gente per bene, radicati sul territorio e nella società, capaci di una grande passione e di una grande cultura. Come non ricordare il clima civile di venticinque anni fa, alla morte di Enrico Berlinguer?

Diceva Tocqueville che i veri Grandi Partiti si rifanno più ai principi che alle conseguenze, più alle idee che agli uomini, più al generale che al particolare. Hanno tratti più nobili, passioni più generose, convinzioni più salde e procedimenti più franchi e arditi. Solo dei veri partiti saranno in grado di ristabilire dialogo e fiducia tra la politica e la vita sociale.

E tra partiti impegnati a far crescere la partecipazione dei cittadini alla vita della città e a rappresentarli nella amministrazione della cosa pubblica sarà anche più facile trovare l'accordo su programmi precisi, pur rispettando i diversi progetti ideali e la scala dei valori di ciascuno. A modo loro i risultati elettorali costituiscono un forte invito affinchè tutta l'area di centrosinistra sappia trovare uno stile, un linguaggio ed un programma essenziale che possano essere largamente condivisi (senza demonizzare chi ritenesse di mantenere una posizione di principio senza mediazioni). Ma perché ciò possa avvenire è necessario un profondo cambiamento di pelle, di cultura e di uomini dentro ad ogni partito, gruppo, aggregazione. Un simile cambiamento chiede un supplemento di generosità e di coraggio, un cambio di mentalità e di immagine perché oggi la gran maggioranza dei cittadini pensa, non senza ragioni, che al vertice dei partiti si siano arroccati gruppi di persone mediocri con lo scopo di ottenere prestigio, carriera e guadagni, disposte a tutto pur di non lasciar emergere altri concorrenti".

Bertani non si ferma a delle considerazioni. Lancia anche alcune provocazioni e indica delle prospettive. Che ne dite iniziamo a parlarne anche sul blog?

 

a presto
Guglielmo



Postato da Guglielmo Minervini in Partito democratico
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mercoledi 10 giugno 2009
La forza di una visione. Il carisma di un visionario



Cari amici,

è tempo di osare. Magari prima con i pensieri e con l’immaginazione, poi con l’azione.
Vedo il PD, il centrosinistra ammaccato ma vivo. Ancora senza forma e senza contenuti ma in piedi. Ancora senza slancio e senza vitalità ma presente.
E questo è un dato.
Cosa manca a tutti, a noi, al Paese? Una visione. Una visione che abbia la profondità del progetto, il respiro della prospettiva. Che abbia l’anima della politica. Un’idea di società e di futuro che spinga l’Italia fuori dalla crisi non dalla porta della regressione ma da quella dell’innovazione. Una nuova idea dell’economia, una nuova idea della convivenza, una nuova idea del mondo. Una nuova idea del valore delle persone, dei giovani in particolare.
Insomma una politica attiva verso il mondo inedito che sta nascendo da questa crisi.
Ci manca la forza di questa visione. E il carisma di un visionario. Un Obama che lanci cuore e ragione oltre l’esistente.

Forse non ce ne siamo accorti ma in Puglia stiamo vivendo questa “diversità”. La nostra regione è laboratorio di futuro: green economy e cultura dell’accoglienza, bollenti spiriti e integrazione mediterranea sono gli ingredienti di un’altra idea della politica e della società rispetto a quella che la destra sta inoculando a dosi massicce nel sangue e nell’anima degli italiani.
Il laboratorio Puglia ha un visionario, Niki. Forse l’unica regione che sta vivendo un’esperienza di governo col respiro lungo di un pensiero politico.
Penso che Niki, dopo la positiva esperienza che ha fatto con il suo nuovo soggetto, abbia dinanzi una straordinaria opportunità. E noi con lui.
Quella di parlare, qui dalla Puglia, qui dal mezzogiorno, all’intero Paese, all’intero PD, all’intero centrosinistra.

Forse un pezzo di storia sta bussando da queste parti. E non dobbiamo aver timore ad accoglierla. Che ne dite?

Guglielmo

P.s. Alcuni spunti di questo mio pensiero sono già stati ripresi da “la Repubblica”, sul quotidiano oggi in edicola. È la traccia di una riflessione che vuol prendere un respiro più ampio.



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venerdi 5 giugno 2009
La qualità democratica in gioco in queste elezioni



Cari amici,

ci siamo. L’Italia va al voto. Avremmo voluto andarci discutendo di amministrazioni locali e di destini europei, invece, ancora una volta ci ritroviamo in un referendum.
Un referendum su Berlusconi.
Lui alla ricerca del plebiscito, grazie al quale sconquassare definitivamente intelligenza e coscienza degli italiani, poi la loro cultura aperta, civile e accogliente, infine, le istituzioni, la democrazia.
Noi a invocare un sussulto di energie sociali per impedirglielo, a stimolare un rigurgito della ragione per svegliare dall’intontimento, a toccare le corde dell’indignazione morale per reagire alla barbarie.

Un’idea, però, si fa strada. O, forse, meglio una sensazione.
La finzione regge finché viene percepita come vera. L’involucro dell’inganno, come in Truman Show, può durare una vita, fino a quando, magari per un piccolo imprevedibile impiglio, si rivela per quello che è, finto, apparente.
E, allora, crolla. Improvvisamente e bruscamente. Ciò che appariva perfetto, potente, intangibile, decade miserevolmente.

Ecco perché in queste settimane non è stata solo una questione di gossip. Lui è andato in tilt perché, per un attimo, ha temuto che tutto apparisse per quello che è, cioè una finzione, dietro la quale scorgere un’altra realtà, quella vera. Per un attimo ha avuto il timore di mostrarsi senza calza sulle telecamere e senza cipria sul volto. L’uomo e non più il mito. L’anziano e non più il simbolo del potere assoluto.

Il referendum, allora, non è su Berlusconi ma tra l’intontimento e la ragione, tra la fuga e la realtà, tra la deriva e la responsabilità.
Sabato e domenica non si opta solo per la migliore amministrazione locale e per un Europa più sociale e sostenibile ma anche per questo referendum. Questa è un’altra buona ragione per esserci con tutte le nostre energie.
Ciascuno scelga il presidio dove piazzare la propria testimonianza. Io lo farò con il PD, perché, per dirla con Prodi, è in gioco una questione di “qualità democratica”.

E voi?

A presto

Guglielmo



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giovedi 14 maggio 2009
È tempo di una nuova obiezione di coscienza



Cari amici,

ci sono dei momenti in cui la coscienza va in rivolta.
Questi giorni è addirittura in subbuglio.
Il governo lo chiama “respingimento”.
Loro sono i “clandestini”, gli “irregolari”, gli “extracomunitari”. Categorie non persone. Concetti non volti. Norme non storie umane. Lo chiamano “respingimento” ma è solo un eufemismo per nascondere la logica di violenza. Pura violenza.
Una violenza stabilita ed esercitata dalle istituzioni del nostro Paese.

Rispedire al mittente non contrasta né le organizzazioni criminali né comprime il fenomeno della tratta di esseri umani. Semplicemente restituisce a un destino di morte vite che hanno commesso l’unico reato di ribellarsi alla loro sorte e mettersi alla disperata ricerca di opportunità di vita.
Quella violenza ci offende. Quella brutalità ci ferisce.
Perché a essere respinta lontana da noi stessi in fondo è la nostra umanità. A essere ricacciato è il nostro senso dell’inviolabile dignità delle persone. A essere scagliata via è l’idea civilissima secondo la quale ogni vita umana ha sempre una sovranità assoluta su qualsiasi legge e frontiera, e va difesa e accolta come ricchezza.
Un paese che perde la sua anima sfregia se stesso.
E il ministro ha definito “trionfo” l’esecuzione di diverse vite umane.

La mia coscienza è in rivolta perché non voglio, col mio silenzio, essere complice di questa volgarità. Non voglio restare indifferente a una politica che usa la disperazione di persone vere come mezzo per raggiungere la pancia del consenso elettorale.
Questo è tempo di una nuova obiezione di coscienza.
Per questo dichiaro e dico che: “Come cittadino e come amministratore mi rifiuterò di collaborare con qualunque iniziativa che non sia di accoglienza”.

Ciascuno dica la sua e se vuole risponda al blog questa volta semplicemente specificando nome, cognome e città e scrivendo “Come cittadino e come … mi rifiuterò di collaborare con qualunque iniziativa che non sia di accoglienza”. Perché la forza dei segni è importante per dimostrare che c’è un’Italia che non vuole respingere la sua umanità.
Scegliamo il segno. Non lo sfregio.

A presto

Guglielmo



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sabato 25 aprile 2009
Il senso della Resistenza oggi



Cari amici,

un pensiero soltanto per assegnare a questa giornata il significato più denso. Lo prendiamo in prestito da Vittorio Foa, un padre di questo paese.

“Ma perché la Resistenza (insieme con l'antifascismo che ne è stato la premessa) è diventato per anni e per decenni il paradigma della repubblica? Essa era il risveglio da una sonnolenza popolare di lunga durata. Non era solo la sonnolenza del tempo fascista: era una sonnolenza storica, a muoversi in Italia erano state solo piccole minoranze, ci si muoveva solo quando lo Stato chiamava, quando la mobilitazione era obbligata. Adesso il risveglio era volontario, i partigiani erano 230 mila, senza arruolamento, senza coscrizione. Era una somma di storie individuali, di scelte che potevano all'inizio essere a volte anche casuali, o di sopravvivenza prima che politiche, ma che diventavano scelte di campo che decidevano della propria vita. E assieme alla Resistenza armata c'era la Resistenza civile attiva, senza uso delle armi ma altrettanto esposta ai sacrifici e al rischio mortale. […] Il processo che trasforma il coinvolgimento personale in coinvolgimento collettivo che non si può risolvere nell'azione come fine a se stesso ma impone la costruzione di un fine ideale. Solo una settimana dopo 1'8 settembre potevo scrivere, insieme con un giovane compagno poi morto giovane, Giorgio Diena, che l'Italia, ad opera del fascismo, era ridotta ad «espressione geografica» e che il nostro futuro di nazione dipendeva da noi stessi, dalla nostra capacità, nell'immediato, di costruzione combattiva e democratica. Sono convinto che, in un modo o nell'altro, la «scelta» di tutti i resistenti è stata quella”. (Vittorio Foa)

Bella questa idea: resistenza come attivazione del cittadino responsabile. Resistenza come mettersi in gioco senza attendere che altri lo facciano o lo chiedano. Bella e attuale. Ci aiuta a comprendere, con Foa, che anche oggi “il nostro futuro di nazione dipende da noi stessi”. Che ne dite?

a presto

Guglielmo



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sabato 11 aprile 2009
La politica con compassione per esigere autonomia



Carissimi,

il testo che leggete cliccando qui, me l’ha girato qualche tempo fa un caro amico. É una piccola perla. Rimasta tra i file del suo hard-disk, è uno spezzone di intervista a don Tonino. Non sappiamo dove sia stata pubblicata, ma è certa la data: 27 febbraio 1987. Nonostante risalga a oltre due decenni fa, conserva un nitore, un’autenticità, una bellezza degna di condivisione. Sono parole che risuonano profondamente radicali ancora oggi. Fanno inciampare il senso comune. Perché evocano una politica intensamente laica ma anche intimamente capace di “patire” col mondo, con la storia, con la vita. Una politica che proprio perché pratica con rigore la compassione può esigere con fierezza l’autonomia. Una politica che, scegliendo di farsi prossima alle persone, si eleva fino alla nobiltà. Si “entra” nella politica, dice don Tonino, solo “uscendo” dalle logiche deteriori del cabotaggio e del clientelismo. Abbandonato il presidio sulla Gerusalemme-Gerico, la politica si genuflette per chiedere protezione e consenso, pensando così di coprire la vergogna di una latitanza grave. Qualche giorno fa le acque del Mediterraneo hanno ingoiato centinaia e centinaia di vite in cerca di vita. Non conosceremo mai i nomi, le storie, i sogni, i desideri, le speranze che sono finiti sul fondo delle nostre coscienze più che del mare. Eppure dovremmo farci trovare lì. A svolgere la nostra prossimità. Invece, noi non ci siamo. Anzi abbiamo chiesto agli ambulatori medici di trasformare la cura in denuncia, la compassione in questione di ordine pubblico, la pietà in un problema di sicurezza. Stiamo addirittura differenziando le fermate dei tram. Potrà anche inginocchiarsi, ma questa politica non è degna di perdono. Don Tonino definì la Pasqua “festa dei macigni rotolati”. Forse proprio da questa vergogna dovremmo far rotolare il nostro macigno.

Auguri

Guglielmo



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mercoledi 11 marzo 2009
I conti veri del federalismo



Carissimi, questa volta partiamo da una mail giunta qualche giorno fa, che vi allego. Luigi, pugliese in terra padana, lancia la proposta provocatoria di giocare all’attacco sul federalismo, stilando le carte della contabilità delle convenienze. Ad esempio – suggerisce - sull’energia e sulle frequenze cominciamo a valutare di chi sono i crediti e di chi i debiti. Chi, proprio col federalismo, ci rimette e chi può invece guadagnarci. Non è eccentrica la sua proposta. Anche Gianfranco Viesti nel suo ultimo Mezzogiorno a tradimento (Laterza) fa un articolato ragionamento abbastanza simile. Un solo dato, tra i tanti: le grandi aziende pubbliche (Anas, Ferrovie dello Stato, Enel) hanno investito nel decennio 1996-2006 una media di 4 miliardi all’anno nel sud e di 10 miliardi all’anno al centro-nord. Anche nei treni e sulle strade, insomma, la contabilità reale è inversa rispetto a quella che appare. Il discorso sul federalismo cambia colore non appena si cominciano a fare i conti correttamente. Credo che questa provocazione vada raccolta. “ Caro assessore regionale mi chiamo Luigi, infermiere pugliese emigrato a Milano. Trovo strano che gli esponenti politici del centrosinistra non sappiano cogliere tutte le contraddizioni della destra. Parliamo di federalismo cavallo di battaglia della lega e pdl, le persone poco sanno se si tratta di federalismo fiscale, per loro si tratta di federalismo e va bene così. Per far emergere le contraddizioni basterebbe aumentare la posta in gioco, esempio: va bene il federalismo fiscale ma bisogna chiedere anche quello energetico, ogni regione produca l'energia di cui ha bisogno con le fonti che ritiene più appropriate, aiutando quelle che ne producono di meno. Sarei proprio curioso di vedere qualche aspirante presidente regionale del centrodestra fare una campagna elettorale a favore del nucleare nella propria terra, il governo furbamente dice che a scegliere i siti dovranno essere dei tecnici, per lavarsene le mani, ma lo sviluppo di un territorio non è cosa da tecnici. Secondo punto le telecomunicazioni: in un Italia che si appresta a diventare federale anche le frequenze devono essere divise per macroregioni. Perché un imprenditore del nord può avere tre tv nazionali? Anche le frequenze delle tv commerciali vanno divise equamente tra nord centro e sud. Nell'opinione pubblica del nord avrebbe un forte impatto una richiesta del genere e farebbe emergere tutte le loro contraddizioni. Potrei continuare..... vivendo al nord sono diventato un esperto del pensiero padano. Luigi Di Cristo (Monza)” . Questo quanto ci dice Luigi. Ciascuno dica ora la sua sul blog. Io la penso così: il PD sia oggi più che mai indispensabile al nostro paese. A presto Guglielmo


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venerdi 20 febbraio 2009
Credo ancora nel PD



E' accaduto. Quello che temevamo sta accadendo. La sconfitta di Soru, l’abbandono di Veltroni sono più di due fatti, sono un punto di svolta. E la piega degli eventi non è affatto chiara. Sento incunearsi nella nostra coscienza un senso di inadeguatezza, uno spirito di rassegnazione, un abbandono fatalistico. Dopo questi due fatti ci sentiamo un po’ più minoranze destinate alla lacerazione permanente. Si inocula nei nostri pensieri, e nelle viscere di questo paese così vulnerabile, la convinzione che senza il capo-demiurgo nessuna grande aggregazione di energie e di idee è possibile. La democrazia è fragile, troppo fragile, insomma, un po’ di regime è necessario. Non è un problema di leadership. Magari fosse solo questo. Se insieme alla leadership dovesse fallire anche il Pd, allora salterebbe ogni argine di contenimento della deriva verso cui sta scivolando la politica e il nostro paese. La frantumazione del vecchio centrosinistra, lo sfilacciamento della vecchia utopia dell’Ulivo sarebbero solo l’introduzione ad una pagina fosca, i cui contorni già vediamo nitidamente: criminalizzazione della povertà, anzi dei poveri, razzismo, se non proprio xenofobia, ostentata allergia alla legalità costituzionale, federalismo secessionista. La storia racconta che i regimi nascono quando, in congiunture di crisi, le espressioni democratiche vitali esplodono nelle contraddizioni, fallendo la loro funzione politica. I pensieri si accavallano agli stati d’animo ed è difficile estrarre un filo pulito di ragionamento da questa matassa in cui ci siamo aggrovigliati. Ma un’idea, una sola, voglio condividerla con voi. Credo ancora nel PD. Credo nella scommessa che ha rappresentato. Credo, cioè, che ci sia bisogno, ancora e nonostante tutto, di un luogo in cui quelli che non hanno paura del futuro, quelli che credono nelle opportunità del cambiamento, quelli che non smettono di agire la politica come speranza, si ritrovino. Insomma, credo in un PD che non basti a se stesso ma che sia fattore di coagulo, elemento di aggregazione. Un PD che riprenda il cammino di costruzione dell’Ulivo, insomma. Ciascuno dica la sua. Io la penso così: il PD sia oggi più che mai indispensabile al nostro paese. guglielmo


Postato da Guglielmo Minervini in Partito democratico
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mercoledi 11 febbraio 2009
il silenzio dinanzi allo scempio



Carissimi,

a tutti quelli che in questi giorni hanno scelto il silenzio dinanzi allo scempio, una riflessione di don Angelo Casati, giunta nella mia posta elettronica attraverso e dopo diversi Fw . La condivido con voi... scegliendo il silenzio.

Guglielmo

9 febbraio ore 18

Che cos'è questa apparente contraddizione che mi segna dolorosamente da giorni? Da un lato una repulsione, un disgusto per le parole che senza il minimo pudore, spudorate, stanno violando il mistero che avvolge la vita di Eluana. Repulsione, disgusto per le parole e bisogno incontenibile di silenzio. Ho letto nella Bibbia ciò che è bene. Ho letto: "É bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore". Poi ho visto credenti non aspettare in silenzio. Loro non aspettano. Loro non hanno niente da aspettare. Loro sanno. Bisogno incontenibile di silenzio e paradossalmente bisogno di parole che abbiano il sapore buono del pane, da spartire con gli amici. Con gli amici e con la cerchia sconfinata di coloro che ancora aspettano la salvezza: non l'hanno imprigionata nei loro fantasmi, dando ad essi il nome di verità. Piccola sorella verità, piccola mia sorella, dissacrata come Eluana. Bisogno dunque di altre parole, di parole impastate paradossalmente di silenzio, il silenzio del confidarsi. Da povero uomo come sono, da povero cristiano in avventura, dentro l'avventura della vita, mi sono dato un punto di discernimento. Discutibile fin che vuoi, ma in qualche misura, penso, efficace. Non dico "infallibile", ma "efficace". Mi sono detto: "quando parlano, osservali, capirai dalla loro voce, capirai dai loro occhi, capirai. Capirai dove vanno i pensieri che li muovono. Dal tono della loro voce, dalla piega dei loro occhi, capirai ciò che veramente sta loro a cuore". Ti dirò di più: anche le pagine scritte, se le ascolti svelano la voce e gli occhi. Li ho sorpresi in alcuni scritti in questi giorni. Ma se non trovi pietà, un'umana pietà, né nella voce né negli occhi, non indugiare, cerca altrove. Mi sono guardato intorno in questi giorni e mi sono ricordato di Gesù, vangelo di Giovanni. Era il giorno in cui aveva rischiato le pietre, le aveva rischiate, dentro lo spazio sacro del tempio, le aveva rischiate dagli uomini della religione, quelli che la fede l'avviliscono al rango grigio di un prontuario di norme. "Uscì dal tempio" è scritto, quasi a dire che quando la religione subisce un tale avvilimento, devi uscire. Cercare altrove. E il racconto, il racconto della vita, continua per le strade: "e mentre passava, vide un uomo cieco dalla nascita. E i suoi discepoli lo interrogarono dicendo: Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori perché nascesse cieco?" (Gv 9,1-2). Il verbo "vedere" è al singolare. Giusto il singolare! Gesù lo vede. Non ditemi che i discepoli lo "videro". Quel povero cieco per loro era un caso, un caso su cui discutere. Nessuno di loro a misurare quel dolore degli occhi spenti, un dolore che aveva il tempo di una vita: dalla nascita. E lui Gesù, infastidito dalle discussioni teologiche, in cui Dio è assente, perché Dio o è il Dio della compassione o non è! Loro discutevano il caso. Lui guardava il cieco con compassione, quella che ti prende per fremito alle viscere. Ti dirò che ho sentito in questi giorni uomini politici e uomini di chiesa parlare come quei discepoli: Eluana per loro è un caso, una bandiera senz'anima, senza più colori. Guardali, ascoltali: parlano con gli occhi asciutti. I teoremi contano più del dolore. Si permettono - e dovremmo tutti insorgere per sacra indignazione - parole oscene, dentro l'abisso del dolore. Parole che feriscono, come lama, il cuore. Parlano senza sapere, senza il vero sapere che o è sposato alla vita, quella reale o non è. O è sposato alla compassione o non è. Parlano da fuori, dai palazzi, come nei giorni di Welby, senza aver visitato, senza essersi seduti ad ascoltare. Non conoscono case, inseguono disegni, i loro, difendono se stessi con la più spudorata delle menzogne. Agitano bandiere, senza colore, perché se una donna o un uomo li defraudi della liberta di decidere, hai tolto tu loro ogni goccia di sangue, ogni colore, hai tolto loro il sangue e il colore della vita. Mi è capitato spesso di chiedermi, in giorni come questi che ci tocca di vivere, se, in assenza di certezze assolute, non dovremmo tutti batterci, come fa con spirito indomito - faccio un nome tra i tanti - un'amica Roberta De Monticelli, perché almeno sia salva quest'ultima e prima istanza, quella della libertà, senza la quale non si è viventi, ma manichini, in mano ai poteri e ai loro disegni, fantasmi e cortigiani del nulla. Ho sentito parole oscene, ma ho anche visto immagini per me, dico per me, oscene. Ho negli occhi da giorni l'immagine di un'autolettiga che esce da una clinica, presa quasi d'assalto, quasi si trattasse di una preda da conquistare. Guardavo gli occhi. Erano induriti dal livore, ho cercato invano segni di una umana pietà. Si mescolano rosari a urla minacciose, una pietà senza pietà e dunque spietata. Non ho visto silenzio di pianto. Ho visto difesa di bandiere. Ho sentito rabbrividendo parole infami, come quelle di chi gridava: "lasciatela a noi" quasi si parlasse di una cosa da tenere, come se Eluana non avesse né padre né madre, come se toccasse ad altri un possesso, per disconoscimento di padre e di madre. Le grida mi parvero per un attimo oscene. Dopo tanti discorsi tesi a rivalutare la famiglia, ora siamo giunti all'esproprio. E, ancora una volta, a chiedermi che cosa sia mai accaduto per renderci maledettamente senza pieta.

9 febbraio, ore 21

 Il conduttore del telegiornale ha dato la notizia: "Eluana è morta". Ho visto una piega di dolore nei suoi occhi... Ha chiuso la trasmissione. Beppino Englaro chiede il silenzio. Il capo dello stato chiede il silenzio. La Bibbia nel libro delle Lamentazioni (3,26) chiede il silenzio: "É bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore". Gli occhi sono sul Parlamento, il Senato è in presa diretta. Ha un'occasione di ultima dignità. Che sia nell'orizzonte, invocato da molti, il minuto di silenzio che viene chiesto ai senatori? Non fu vero silenzio. Un'occasione di dignità perduta. Perdonate, ma io non credo al silenzio di chi tace per il breve spazio di un minuto e poi violenta, né credo alla preghiera di chi mormora al suo Dio e immediatamente dopo insulta. É anche vero che non tutti hanno dato questo squallido esempio. Ma rimane lo spettacolo indecoroso. Mi ritiro. Nel silenzio.

 don Angelo Casati - Milano



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venerdi 6 febbraio 2009
É arrivata l'ora del Sud



É l’ora del mezzogiorno. Del sud. La nostra ora. É vero. La spinta leghista sta diventando ogni giorno la spinta di questo governo. Lo prevedevamo. Lo temevamo. Purtroppo sta avvenendo in misura pesante e in forma virulenta. E la crisi è un ottimo attrezzo per giustificare lo scasso. No, non è solo un problema di finanziamenti. Certo lo scippo che si sta consumando ai danni del sud è enorme: le risorse destinate alla “convergenza” del mezzogiorno stanno finendo altrove e in altri scopi. Questo è vero, eppure non è il problema ma il suo riflesso. Il problema resta la rappresentazione del sud. L’immagine della monnezza di Napoli ricopre l’intero mezzogiorno, le sue istituzioni, la sua politica, la sua cultura, il suo tessuto sociale. Il problema è che si è radicata la convinzione che una parte di paese con questo mezzogiorno non va da nessuna parte. Anzi il problema è che questa convinzione è divenuta senso comune e non solo linea dell’azione del governo. Tocca a noi. Non abbiamo però molto tempo per fare le due cose fondamentali. • La prima è un’analisi impietosa dei nostri limiti, delle nostre contraddizioni. Dobbiamo diventare critici più duri verso noi stessi. Esigere da noi di più. Abbassare la soglia di tolleranza verso le nostre debolezze. Il clientelismo, la corruzione, il cinismo sono i nostri avversari, i veri che abbiamo, come sud ma anche come paese. Questo è il momento che dal sud parta uno scatto di energia civica. Più senso civico e più virtù civiche sono gli alleati, gli unici, che abbiamo. • La seconda è condividere la consapevolezza della missione che il sud può svolgere non solo per sé ma per l’intero paese. Se non ci diamo una missione non c’è alcuna prospettiva. Ripartire dalla missione del mezzogiorno. Quale? Dimostrare che si può affrontare la crisi senza scivolare nel panico, senza regredire nel razzismo, senza implodere nell’intolleranza, senza lasciarsi risucchiare nella pulsione egoistica. Dimostrare che si esce dalla crisi cogliendo la sfida della sostenibilità ambientale, dell’economia della conoscenza, di una società aperta e inclusiva, meticcia. Energie rinnovabili, qualità, turismo, logistica, infrastrutture, tecnologie innovative: queste sono le risorse su cui dobbiamo fare leva. Si esce dalla crisi con la fiducia e non la paura. Si esce dalla crisi investendo sulle persone, liberando le energie. Ecco: questo è il momento in cui il sud reagisca non solo rivendicando e difendendo, ma generando, da protagonista, un’altra idea di futuro. Questo paese stanco, sfiduciato, sfilacciato ha bisogno di un mezzogiorno che lo accompagni nel mondo che sta nascendo. Proviamoci. Raccogliamo esperienze, persone, idee, proposte che già rappresentano questa nuova immagine di sud. Non accontentiamoci di raccogliere la rabbia o il lamento, ma le energie e l’innovazione. Un corto circuito in positivo. Non c’è un altro momento per cominciare a farlo. A partire da questo blog. Guglielmo


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giovedi 15 gennaio 2009
Quando la guerra ritorna ...



...ci sentiamo tutti più impotenti. Quando poi la violenza affidata alle bombe, è solo una nuova recrudescenza di un conflitto mai interrotto, come quello tra Istraele e Palestina, il rischio è di dichiarare sconfitte le ragione della pace a priori. Diversi appelli, documenti, articoli ci stanno dicendo quanto accade a Gaza in queste settimane. Ne condivido con voi due. Il primo è una mail inviata da Barbara Schiavulli, gionalista dell'espresso e mia amica, scritta in aereoporto di ritorno da Gaza dove è stata inviata per vedere, raccogliere e scrivere. Il suo passaggio finale dice così: "La Torah, il libro sacro degli ebrei, dice che chi salva una vita, salva il mondo intero. Noi non riusciamo neanche a raccontare quello che succede a Gaza." . Per leggerlo tutto cliccate qui. Il secondo è un appello lanciato da Raniero La Valle lo scorso  6 gennaio. In un passaggio dice: "Resta però il dovere della verità, la cui efficacia politica, benché ignota ai più, è superiore a quella della propaganda e della menzogna. Tale dovere comporta che niente sia taciuto delle cose che pur nel diluvio delle informazioni restano nascoste". Lo leggete tutto cliccando qui. Possiamo confrontarci e anche farli girare

guglielmo



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mercoledi 7 gennaio 2009
Il profumo di un cambiamento possibile

Metto un punto sulla mia esperienza di assessore regionale. Avevo ricevuto un mandato pesante: occuparmi di alcune competenze molto variegate ma con modalità fortemente innovative, praticando la trasparenza e la partecipazione dei cittadini. Volevamo dimostrare che con regole limpide e coinvolgendo i cittadini si potevano produrre migliori politiche pubbliche, si poteva ricostruire un rapporto di fiducia con le istituzioni.

In questi anni mi sono occupato di tante cose, dalla difesa delle coste ai bollenti spiriti giovanili, dalla riorganizzazione della amministrazione regionale ai concorsi pubblici, dallo sport inclusivo e per tutti agli asini di Martina Franca.

La risposta è si. Si può fare una politica diversa. Una politica che incida in modo pulito, credibile, autorevole. Si può stare dentro un’istituzione restando se stessi, senza essere risucchiati dalle logiche perverse del potere.

La mia ambizione ora è che di questa politica in molti riescano a sentire il buon profumo. Il profumo di un cambiamento possibile.



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martedi 30 dicembre 2008
I miei auguri



Uscire dai luoghi comuni per vivere un tempo nuovo. Forse è solo questione di buon senso. Posso rivolgervi questi auguri? Guglielmo


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venerdi 12 dicembre 2008
Tra politica debole e burocrazia forte: la questione morale



La materia è ostica, ma il nodo è decisivo per il cambiamento che stiamo provando a raccontare. L’esperienza che si sta consumando in questi giorni è davvero illuminante. Oltre che faticosa. Condividerla con voi, che non ne siete direttamente protagonisti, mi sembra faccia parte delle regole con cui provo, proviamo, a vivere questa esperienza politica. Il tema: la valutazione dei dirigenti. L’idea, semplice ma decisiva, è che anche loro debbano dar conto dei risultati raggiunti e in base a questo ottenere riconoscimenti non eguali ma differenziati. La sfida, banale ma rivoluzionaria, è che occorra introdurre nella pubblica amministrazione, a partire dai vertici, cioè dai dirigenti, il criterio del merito per rompere il livellamento. La dequalificazione dell’amministrazione pubblica affonda le sue radici proprio nel dare tutto a tutti, “a prescindere”. Dai risultati, dagli obiettivi, dalle programmazioni, dai tempi degli interventi, dai modi. Alla fin fine “a prescindere” dai cittadini. Finora le cose si sono svolte da noi come quasi ovunque. Anche nei Ministeri del mitico Brunetta: ciascuno valuta se stesso e tutti bravi. Tutti uguali. Abbiamo, dico oggi con molto coraggio, deciso di rompere questa crosta e provato a fare una valutazione vera. Un nucleo di valutazione (un soggetto terzo, una sorta di arbitro), un modello di valutazione molto articolato, una concertazione molto approfondita, un processo molto laborioso. Risultato: la prima fotografia, che, pur con contenuti lusinghieri nel complesso, fa le differenze. Un gesto coraggioso di cambiamento il cui spirito - abbiamo chiarito - non ha nulla di brunettiano: si valuta non per punire ma per stimolare, non per reprimere ma per migliorare. Effetti: un vespaio di reazioni, faticosissime da sostenere, si è subito alzato in volo in vivace difesa del principio di intangibilità della burocrazia. “I dirigenti non si toccano”, ha detto molta parte della politica. E così ha riconosciuto la sua debolezza di fronte al nocciolo duro del potere reale: quello della gestione. Allora ho capito: nel rapporto tra una politica debole nell’orientamento e una burocrazia forte nella gestione si annidano i germi per il deterioramento della questione morale. Con questo gesto di rottura abbiamo introdotto una bella carica di anticorpi. O no? A voi la parola. Guglielmo


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mercoledi 10 dicembre 2008
Se le leggi dicono la barbarie di un popolo...



Carissimi,

sta passando in silenzio. Troppo. Eppure è un’altra inequivocabile traccia dello scivolamento della nostra cultura, o forse del nostro senso morale, verso la regressione. In questi giorni si è avviata, in commissione parlamentare, la discussione del disegno di legge sulla sicurezza predisposto dal governo.

Tre i punti essenziali: l’istituzionalizzazione delle cosiddette “ronde dei cittadini” per il presidio del territorio (versione nazionale delle ronde padane), l’istituzione del reato di immigrazione clandestina, la schedatura dei clochard. Tre punti inquietanti per tradurre un solo principio: sicurezza = ordine pubblico. Non giustizia sociale, qualità urbana o sviluppo inclusivo. No, solo questione di ordine pubblico. E, a sua volta, ordine pubblico = criminalizzazione del diverso. E della diversità. Immigrati e clochard. Liberiamocene. Sono brutti, sporchi e puzzano. Magari rubano e molestano pure. Rozzo ma semplice. Probabilmente anche efficace. Cosa sta accadendo a questo paese ancora così profondamente cattolico da rimuovere il paradosso evangelico col quale proprio agli ultimi è affidato il mandato di annunciare il Regno? Cosa sta accadendo alla nostra coscienza così civile da ignorare che questo densissimo brano di umanità non è altro che l’icona della nostra fragilità stritolata dalla meccanica della competizione e della deprivazione? Una volta gli esclusi sarebbero stati elevati a paradigma delle nostre contraddizioni sociali, delle nostre responsabilità morali. Oggi sono semplicemente il nostro capro espiatorio. Preferiamo addebitare i nostri fantasmi e le nostre paure, o semplicemente il nostro vuoto di senso, su chi è già caduto sotto il carico di una vita di dolore e solitudine.

Possiamo chiamare barbarie questa insensibilità? Almeno indigniamoci. No?

Guglielmo

 



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mercoledi 12 novembre 2008
E' già mezzogiorno...ancora



Carissimi,

 basta leggere i segni per ritrovare se non la rotta almeno la direzione.

Sabato scorso oltre duecento persone hanno passato più di sei ore a discutere insieme di futuro del mezzogiorno e, dunque, di acqua, energia, infrastrutture, scuola, università, giovani, ecc. Cioè di politica, di politiche. C’era tutta la Puglia: da Accadia a Castrignano, da Bari a Lecce, da Altamura a Castellana, da Cassano a Torchiarolo, mosse solo dal bisogno di esserci.

Con l’esperienza dello spazio pubblico di discussione (quello che viene chiamato Open Space Tecnology, ovvero OST) abbiamo scritto una bella pagina di innovazione e tracciato una direzione profonda di lavoro. “È già mezzogiorno. E Allora?” è stato il titolo del testo di invito e allo stesso tempo il tema intorno a cui il ragionamento si è liberato. Un test, solo un piccolo test per dimostrare che quando la politica si apre alla partecipazione, i cittadini ci sono, e con loro un notevole carico di idee ed energie. Di vita. Di realtà.

Un test, solo un piccolo test, per dimostrare che quando la politica raffina la comunicazione non a una sola ma a due direzioni, quando impara ad ascoltare e non si limita solo a parlare, allora il dialogo inizia e il cambiamento diventa possibile. Insomma, ho capito che quello che abbiamo combinato sabato ha una portata profonda. Tocca la vera sfida, perché chiede alla politica di rimettersi in gioco, di cedere potere, di passare lo scettro ai cittadini, per recuperare consenso, legittimazione, radicamento. La politica che stava sullo sfondo del cerchio tracciato sabato è altra rispetto a quella ordinaria, fondata sul comando, sul controllo, sulla gestione del potere. È una politica che agisce sulla realtà facendo corto circuito con le energie vive di una comunità, mettendo in circolo idee e responsabilità. C’è la forza di una diversa visione nel simbolo tracciato sabato.

Col gesto delle primarie, il Pd aveva promesso di sperimentare strade nuove per collegarsi direttamente alla società, al territorio, ai cittadini. Aveva suscitato la speranza di raccogliere la domanda di protagonismo e di partecipazione. E, invece, quella strada è tutta ancora da percorrere.

 Cosa fare ora? Come proseguire? Questa la domanda che mi rimbalza. Facciamola rimbalzare anche tra noi. Su http://blog.egiamezzogiorno.net/ la sintesi dei gruppi di lavoro. Un report della giornata ricco di immagini e suggestioni, perché anche chi non c’era, possa aggiungersi alla riflessione. Il bello di quello che abbiamo provato e sperimentato sabato è che c’è posto per tutti in politica e che, in qualunque momento, il cerchio si scompone per aprirsi a chi vuole partecipare. Tiriamo fuori insieme delle ipotesi e condividiamole nel blog. Ci sono idee ed energie ancora da liberare. La tua idea qual è? La tua energia dove è?  Guglielmo



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martedi 21 ottobre 2008
Vi spiego la politica del Governo



Carissimi,

lo hanno chiamato format. Per rendere efficace la comunicazione del governo basta applicare un codice, fondato su una regola semplice ed elementare: ogni problema, anche il più intricato, anche il più complesso, ha un responsabile.
Non una soluzione ma un responsabile. Basta ricercare il responsabile, caricargli tutte le colpe e la soluzione è a portata di mano.

Così la diffusa percezione di insicurezza nelle città è un questione riconducibile alla presenza degli immigrati. I rom fino a qualche settimana fa, gli immigrati di colore in questi giorni.
Lo smarrimento del decoro e della morale pubblica sarà anche un effetto della liquefazione dei legami sociali, come sostiene Bauman, ma gli incidenti stradali, quelli si, dipendono dalla prostituzione ostentata e di strada.
La dequalificazione della scuola pubblica sarà anche un fenomeno tanto complesso quanto remoto ma la radice, senza dubbio, resta il numero maggiore di insegnanti di origine meridionali, tra cui troppi presidi, e, soprattutto, la loro scadente preparazione.
L’inadeguatezza della pubblica amministrazione è un ostacolo storico allo sviluppo del paese, ma solo perché nessuno ha avuto il coraggio di punire i fannulloni e denunciare i sindacati.
Ovviamente, poi, la causa delle cause dei mali del paese è rappresentata da questa sinistra, illiberale e reazionaria, nella quale i comunisti lavorano contro la democrazia.

Di questo format colpiscono due aspetti.
• Il primo riguarda la progressiva erosione della capacità di giudizio. Questo
format ha un obiettivo: spegnere il cervello degli italiani, annebbiare la loro lucidità, addomesticare il residuo di coscienza pubblica, trasformarli in un branco. Il dominio dei media questa volta, al contrario delle precedenti edizioni del centrodestra al governo, viene posto a servizio di un obiettivo politico. Ha ragione Famiglia Cristiana: una volta spenta la ragione di un paese puoi farne quello che vuoi, puoi fare un fascio dei problemi e ricondurli a un solo uomo della provvidenza.
• Il secondo riguarda la cronaca di questi giorni. Le parole anticipano i fatti e questi anticipano i comportamenti. La raffica di episodi di razzismo racconta che i nostri comportamenti stanno già cambiando e con essi la nostra cultura, il nostro modo di vedere le persone. Significa che il format è già entrato nella nostra vita e ne ha abbruttito lo sguardo.

Forse è il caso di non restare passivi. E di iniziare a parlarne in questo blog.



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domenica 14 settembre 2008
Il Piano della salute funziona se ne condividiamo la sua visione



La forza del piano è la visione della persona, dunque, della vita. Dobbiamo operare perchè non si smarrisca nella fase forse ancora più impervia dell’attuazione. Per questo è affidato ai cittadini tutti. Sostiene che la politica pubblica non si deve limitare a curare la malattia ma deve promuovere la salute, rafforzare la capacità di cura di ciascuno del proprio benessere, sostenere cambi di stili di vita e qualità degli ambienti di lavoro. Il piano appena approvato fa leva sulla persona, specie le più fragili ed esposte, non sugli ospedali. Immagina una sanità che si riorganizzi in una rete complessa di servizi sul territorio, nella quale l’ospedale svolga solo la funzione di cura delle acuzie. La sua parola chiave, quella più ricorrente, è prevenzione.


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martedi 5 agosto 2008
Persone e cultura. Due leve per coinvolgere?



Ciao, non ti ho scritto prima perché stavo riflettendo sul problema della vita del PD. Penso che la prima cosa da curare è dare un senso all’agire politico. In quale ambito ideale si muove il partito? Non si può vivere giorno per giorno, manca il respiro, manca la capacità di guardare avanti e convincere gli altri che il modello di società che si propone migliora le persone e la loro vita. Sento una grande esigenza di un dibattito culturale. Come si pensa di coinvolgere i giovani se non si dà loro una prospettiva? Non possiamo rincorrere le risposte frammentate che si vogliono dare ai bisogni della gente. Su due piani bisogna operare: stare con le persone, promuovere cultura. Piero Ottone chiede di ripartire dal senso etico. Curzio Maltese, riprendendo il pensiero di Gramsci, mette in evidenza l’importanza della cultura e i mezzi per diffonderla. Tonia


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domenica 13 luglio 2008
Le impronte ai bambini Rom: nuove cicatrici nell'anima degli uomini



Alcuni amici hanno commentato il mio pezzo di Yad Vashem, molti sono belli e li ringrazio, ma qualcuno mi ha scritto che inserire la frase sulle "impronte ai bambini" era una forzatura. Qualcun altro ha detto che forse era una "svista". Non è così. Trovo inaudita questa proposta. E non credo che la sicurezza mia si basi sulla violazione di un diritto di un'altra persona tanto più di un bambino. Gli israeliani sono esperti di sicurezza, ma dal loro dolore hanno tirato fuori violenza, paura, compromessi ed estremismo. E i palestinesi pure. Non hanno niente da insegnare. Se uno ruba la polizia ci penserà. Ma un bambino che ruba, che cresce nella violenza, che si perde è il fallimento dello società che lo ospita. Che sia la sua o la mia. Questo penso, che invece delle impronte bisogna dare cultura, possibilità, fiducia, sogni. E' a loro che la sicurezza manca, non a me che al massimo ho il fastidio di dover rifare i documenti e comprarmi un portafoglio nuovo. L'orrore degli ebrei è cominciato con delle caricature. Occhialini e nasoni. Ma l'orrore vero non sta solo nella tragedia che hanno vissuto. L'orrore è dentro a quelli che lo hanno permesso. Ai milioni di indifferenti, di ignoranti, di chi ha voltato la faccia o si è fatto forte del gruppo. Quelli che hanno permesso che si appendessero cartelli con scritto "Qui gli ebrei non sono i benvenuti". Non si possono paragonare i Rom alla storia degli Ebrei. Certo che no. Ma i bambini si. Loro per me non hanno nazione, religione o colore. Non si usano per questioni politiche se non per farli stare meglio. Non per stare meglio noi. Barbara Schiavulli


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mercoledi 4 giugno 2008
Un PD vero, ci vuole?



Le sconfitte non vanno sprecate. Leggere in profondità il sentimento di crisi e di incertezza che abita la vita reale delle persone prima ancora che le dinamiche della politica in questo mondo globale in frenata, ci serve. La politica, anche in questa tornata elettorale, ha dovuto fare i conti più con uno stato d’animo, la paura, che con un ragionamento. Abbiamo perso perché abbiamo rimosso o negato la paura (verso l’altro, gli altri, il futuro, la crisi, meglio la recessione...). Hanno vinto perché l’hanno riconosciuta ed esaltata, promettendo protezioni e risposte. Questa sconfitta è pesante perché non è solo elettorale ma soprattutto sociale. Ci fa cogliere un’Italia e una Puglia profondamente modificate rispetto alle nostre rappresentazioni. Se non capiamo e indaghiamo la portata di questa distanza, rischiamo di finire ai margini per un arco di tempo molto lungo.

Per continuare a leggere la Lettera aperta clicca qui



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venerdi 9 maggio 2008
Osiamo la verità e non difettiamo di coraggio.



Com’era ovvio, com’era giusto la discussione si è aperta. Due punti su cui dibattere: 1) C'è uno scarto tra l’immagine e la realtà del PD. La scommessa della cittadinanza attiva, di un partito aperto ai cittadini perché aperto ai problemi è molto lontana ancora dalla realtà. Soprattutto qui in Puglia il partito non c’è ancora come organismo che svolge un pensiero collettivo nel quale si identificano le persone: non c’è ancora una linea, non ci sono analisi condivise dei problemi, non ci sono veri luoghi di discussione comune, non c’è un’interazione intensa e vitale tra le realtà territoriali. Dalle primarie si è scelto di ignorare questo vuoto, di fare un partito rimuovendo la politica e mettendo al centro le persone e i personalismi. Il risultato elettorale ha lacerato questo velo di ipocrisia. L’effetto è che questo PD che non mette al centro i cittadini e i problemi, cioè la realtà, ritorna a essere minoritario, residuale. 2) Sussiste ancora forte la divaricazione tra la logica di parte e lo spirito di coalizione. Una divaricazione che si è incrostata insopportabilmente nel corso degli anni. Eppure, andare da soli non poteva e non doveva significare pensarsi autosufficienti. Coalizioni capaci di governare sono la risposta più avanzata ai profondi bisogni di una società complessa.


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sabato 19 aprile 2008
E ora?



Occorrerà parecchio tempo prima che la nostra analisi riesca a risalire alle origini del profondo e vasto smottamento che sta rendendo il nostro paese “berlusconiano” dentro. Intanto, continuo a chiedermi in questi giorni, perché la nostra azione di governo, qui in Puglia, non si è rivelata argine sufficiente almeno a contenere la spinta del torrente di destra, nonostante gli sforzi, nonostante le molteplici politiche pubbliche attivate con successo in questi tre anni. ... Ciascuno dica la sua. Questo è il momento di non tacere. Ogni buona idea può lanciare una luce sulla strada da intraprendere per uscire dall’incubo.


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giovedi 10 aprile 2008
Aiutiamo Berlusconi?



Il problema di Berlusconi è che lui non accetta la sua età, non perde occasione per negarla, per dissimularla. Il cerone, il lifting, la calza sull’obiettivo per l’effetto flou, il reimpianto dei capelli…tutto per dire che non sono quello che sono, ma un altro. Il problema di Berlusconi è che lui sta provando a ingannare se stesso, anzi la parte più intima di se stesso. Pensateci, non far prevalere la finzione significa porre un argine almeno morale alla deriva di un paese rosicchiato dal cinismo. Non è solo un gesto politico, insomma. Ma molto di più. Mi vien da dire che, non votandolo, gli facciamo del bene: lo aiutiamo infatti a ingannarsi di meno. Che ne dite? Lo aiutiamo?


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venerdi 28 marzo 2008
Che strana campagna elettorale!



Sebra una campagna elettorale fredda, distaccata, mediatica e poco partecipata.
Manca la fisicità dell’incontro diretto. È quasi scomparso il “comizio”, mentre l’attivazione dal basso è ridotta al lumicino. Produce una sensazione singolare vedere, in qualche caso, anche le plance dei manifesti ancora mezze vuote.

Penso sia l’effetto perverso di questa legge elettorale e del modo con cui sono state composte le liste. Si è infranto il legame della rappresentanza, il vincolo che univa il territorio e il candidato, e questo ha generato una forte demotivazione della “militanza”.
Stanchezza? Forse. Disillusione? Pure. Disaffezione? Probabile. Vero? Proviamo a raccontarcela.



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mercoledi 19 marzo 2008
Cosa c'entra Ferrara e la sua moratoria?



Mi chiedo: si può incidere sul piano dei valori in una campagna elettorale solo affrontando la realtà? Cosa c’entrano le crociate di Ferrara? Un’adeguata politica dei servizi, con un serio potenziamento della prevenzione dei consultori non sono obiettivi tutti scritti nella 194 ma mai attuati? Perchè farne lo slogan di un partito? Possibile che abbiamo perso anche in questo sensibilità?


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venerdi 22 febbraio 2008
Le primarie:no. E allora come partecipiamo?



I tempi per le primarie purtroppo mancano. Ma è possibile proporre una forma di consultazione ampia, estesa anche alla cittadinanza attiva e agli eletti che sono radicati nel territorio? Dimostrare che anche la selezione della classe dirigente provenga da un processo allargato e condiviso e non chiuso e bloccato, in grado davvero di riossigenare la politica?


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mercoledi 20 febbraio 2008
Si può fare?

Come vivete questa nuova stagione del Partito Democratico? Stiamo facendo bene? Possiamo fare meglio? Se si può davvero superare la stanchezza di questa navigazione verso qualcosa di nuovo, che ogni tanto fa venire voglia a tutti di tornare ognuno al suo tranquillo porto di partenza. Si può fare, allora? Io penso di sì. E penso che si deve.


Postato da Guglielmo Minervini in Partito Democratico
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lunedi 11 febbraio 2008
Un sito nuovo, per una nuova partenza e una nuova partita. Si può fare?



Ci abbiamo messo tempo, più di quello che pensavamo, per trasformarlo e “apparecchiarlo”. Non solo un lifting all’immagine ma anche una ristrutturazione tecnica che ci permetterà di stare sulla cronaca, sul dibattito, sulla riflessione di lungo termine.

Ci abbiamo provato. Il risultato crediamo sia convincente.

E voi che ne dite?



Postato da Guglielmo Minervini in Sito web
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giovedi 2 marzo 2006
Riflessioni e proposte



Dall’incontro di presentazione di “Bollenti spiriti” tenutosi a Lecce il 20/02/2006: Mentre mi recavo all’Incontro di presentazione di “Bollenti spiriti” tenutosi a Lecce lo scorso 20 febbraio, avevo in mente un’idea ottimistica ma un pò “scontata” di questa iniziativa: “E’ovvio che faccia piacere ai giovani”, pensavo, “per il semplice fatto che è a loro dedicata”. E’un bel programma, con un linguaggio, valori, simboli immagini evocative di emozioni e sentimenti che da tanto tempo non si ritrovavano più tra “piatti e metodici” programmi del governo regionale. Ascoltare l’assessore Minervini, invece, è stata una “sorpresa”: l’assessore non ha parlato del programma ma “ha fatto parlare quel programma”, nel senso che si è proposto efficacemente come “attore” capace di “esprimerne” il senso e di far vibrare certe “corde” interiori. Questo è stato l’effetto che ha avuto su di me! L’incontro ha giustamente puntato sull’obiettivo di far passare un messaggio: la volontà forte di attribuire ai “giovani” un ruolo nella società, una loro specifica “identità” nella “vita attiva”. E il riconosce ai giovani la possibilità di presentare un “progetto”, mi sembra la possibilità che più incarna la scopo di “rimetterli al centro” e investire sulle loro capacità. Perché vengano fuori dei “buoni progetti”, mi pare molto utile l’attivazione di un gruppo di “tutorship” disponibile nei vari territori a mettersi “a fianco” dei giovani interessati a presentare i progetti, una vera “rete formativa e informativa” che “accompagni i giovani nella progettazione di idee. (Daniele Marciano) Alcuni Flash dalla platea: Il primo contratto etico lo deve fare la politica con se stessa. Poi i giovani rispetteranno il loro contratto con la politica. Finalmente la Regione si trasforma in contenitore aperto in grado di raccogliere i nostri pensieri, i nostri talenti, le nostre idee. Ci auguriamo che non sia una tappa isolata, ma un percorso per un progetto comune basato sulle tre T: Tolleranza, Talento, Tecnologia.


Postato da Guglielmo Minervini in Giovani
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