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Commenti 1) 16.1.2009 - Inserito da saveriogurrado secondo me la grandissima maggioranza del mondo vuole che hamas sia ridimensionata. Sicuramente le morti civili sono da condannare SEMPRE IN OGNI PUNTO DEL GLOBO. 2) 16.1.2009 - Inserito da s.centonze Il NYTimes ha pubblicato un articolo di Rashid Khalidi, professore di studi arabi alla Columbia, autore di “Sowing Crisis: The Cold War and American Dominance in the Middle East” ripreso da Nicholas Kristof (http://www.nytimes.com/2009/01/08/opinion/08kristof.html?_r=3&em)che rischiara sulle origini del conflitto, ma al tempo stesso getta ombre forse troppo filopalestinesi: Il popolo di Gaza La maggioranza di chi vive a Gaza non è lì per scelta. Un milione e cinquecentomila persone stipate nelle 140 miglia quadrate della striscia di Gaza fanno parte per lo più di famiglie provenienti dai paesi e dai villaggi attorno a Gaza come Ashkelon e Beersheba. Vi furono condotte a Gaza dall’esercito israeliano nel 1948. L’occupazione Gli abitanti di Gaza vivono sotto l’occupazione israeliana dall’epoca della Guerra dei sei giorni (1967). Israele è tuttora considerata una forza di occupazione, anche se ha tolto le sue truppe e i suoi coloni dalla striscia nel 2005. Israele controlla ancora l’accesso all’area, l’import e l’export, e i movimenti di persone in ingresso e in uscita. Israele controlla lo spazio aereo e le coste di Gaza, e i suoi militari entrano nell’area a piacere. Come forza di occupazione, Israele ha la responsabilità di garantire il benessere della popolazione civile della striscia di Gaza (Quarta Convenzione di Ginevra). Il blocco Il blocco della striscia da parte di Israele, con l’appoggio degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, si è fatto sempre più serrato da quando Hamas ha vinto le elezioni per il Consiglio Legislativo Palestinese nel gennaio 2006. Carburante, elettricità, importazioni, esportazioni e movimento di persone in ingresso e in uscita dalla striscia sono stati lentamente strozzati, causando problemi che minacciano la sopravvivenza (igiene, assistenza medica, approvvigionamento d’acqua e trasporti). Il blocco ha costretto molti alla disoccupazione, alla povertà e alla malnutrizione. Questo equivale alla punizione collettiva –col tacito appoggio degli Stati Uniti- di una popolazione civile che esercita i suoi diritti democratici. (???) Credo che ora Hamas abbia davvero poco di democratico, è pazzesco che uno lo scriva sul NYT, HAMAS è un’organizzazione politica e paramilitare, diretta espressione della “Fratellanza Musulmana“, una corrente fondamentalista islamica nata in Egitto come movimento pacifico ma trasformatasi poi in culla del terrorismo islamico moderno. Dal settembre del 2000 al novembre del 2008 sono stati uccisi quasi 5.000 palestinesi dalle forze di sicurezza israeliane. Di questi, oltre 2.200 erano sicuramente vittime civili non combattenti. Gli israeliani hanno subito circa 1.200 vittime, quasi la metà delle quali civili, per mano palestinese. La coesistenza pacifica di uno stato ebreo e di uno stato palestinese in quella regione non è impossibile, specialmente se anche gli altri stati confinanti (Egitto, Giordania, Siria) e la Comunità Internazionale fanno la loro parte. Si ha la netta sensazione, però, che l’idea stessa di una pace tra ebrei e palestinesi piaccia a pochi, se non a nessuno. E quindi il problema vero non è quello di come realizzare la pace, ma di volerla sul serio. 3) 17.1.2009 - Inserito da bellomarcello seguo attentamente la tua rubrica e ti faccio i miei complimenti. Non riesco ad inviarti il file della presa di posizione su Gaza daparte della Fondazione. Salutissimi Marcello 4) 17.1.2009 - Inserito da giancarlopiccinni Non guastate il presepe La provocazione, lanciata da Tonino Bello alla sua comunità di Molfetta nel Dicembre del '91, giunge oggi a tutti gli uomini di buona volontà. Simbolica e prorompente, ci invita a non distogliere il nostro sguardo dal mondo, a non chiudere gli orizzonti nel nostro recinto, a non sentirci appagati dal nostro benessere. Benedetto profeta: le sue parole risuonano sempre più dolci ma capaci di penetrare il cuore di chi le ascolta. Ci fanno compagnia, ci donano gioia, ci portano Dio nelle nostre case. Benedetto profeta: ha amato fino in fondo il suo villaggio senza mai dimenticare che oggi essere uomini sino in fondo significa vivere una dimensione planetaria senza riserve, senza misura. Avrebbe sofferto oggi Don Tonino: avrebbe vissuto il lutto, la tristezza per le tante guerre che affliggono i poveri del mondo. Avrebbe pianto per quella terra, patria terrena di Gesù, luogo di spargimento di sangue senza tempo, senza fine. Forse, avrebbe sì avuto lui un sussulto di umanità, e ora sarebbe lì, in quella striscia maledetta dagli uomini, con tanti altri "folli per la pace". Cinquecento, forse più, come a Sarajevo, più di Sarajevo. Per fermare la guerra, lì dove la gente muore sulle strade, dove il fuoco delle armi porta l’inferno nei giorni di Natale. Lì per dire a tutto il mondo che la strategia della nonviolenza è l’unica strategia del domani e che oggi è possibile cambiare il mondo con i gesti semplici dei disarmati, e il popolo può collocare spine nel fianco di chi gestisce il potere e ogni uomo almeno a Natale può farsi cullare da una incontenibile speranza: “ le cose cambieranno, se i poveri lo vogliono”. A tutto il mondo avrebbe così testimoniato il valore della nonviolenza e del dialogo, strade maestre per la risoluzione dei conflitti. Lì, in terra Santa, per una notte almeno, avrebbe ricordato che gli altri nomi della pace sono giustizia, solidarietà, libertà, verità, perdono. E la Cometa della Pace avrebbe illuminato quel lembo di terra che oggi purtroppo non conosce altre luci se non quelle delle armi. Come altrimenti possiamo costruire la Pace in quella terra segnata dalla guerra sin dalla notte dei secoli? Come poter pensare ad un futuro di speranza in ogni angolo del mondo senza concedere una terra ad ogni popolo? E' un diritto sancito da Dio. Così come per noi è un dovere rispettare la cultura degli altri, le civiltà dei popoli lontani, le religioni diverse dalla nostra. E' drammatico pensare che il nome di Dio, le religioni dei popoli, siano ancora oggi occasione di tensione e di violenza nel mondo invece che stimolo per costruire l’armonia e la Pace. In nome di Dio dovremmo essere capaci di abbattere ogni muro che le nostre culture negli anni hanno costruito: " noi dell'occidente siamo prigionieri di una immagine univoca di uomo, nella quale abbiamo preteso di inglobare monisticamente tutta la realtà. Ora questa immagine si sta lacerando. La nostra cultura, intesa come paradigma di unificazione dell'umanità, è in crisi irreversibile. In stato comatoso. E' al tramonto. Su una mappa planetaria emergono nuove potenzialità. I " barbari" che si affacciano all'orizzonte ci offrono l'occasione per la scoperta della nostra umanità più profonda, del rizoma, da cui le nostre culture provengono come efflorescenze. Il senso del nostro tempo è che l'occidente si disponga a ricevere i doni che gli vengono da lontano". Come con i Magi, che chiudono temporalmente il presepe, lo completano e lo consegnano ogni anno alla nostra memoria. E ogni anno come per mistero si rivela ai nostri occhi sempre uguale eppure sempre diverso, capace di fermare i nostri sguardi e i nostri pensieri per un attimo ".....col bilico dei suoi ponti, col paradosso delle sue montagne, con l’anacronismo delle sue città, con la trasognata semplicità dei suoi personaggi". Perciò quest'anno il presepe non guastiamolo, non mettiamolo in soffitta. Non quello di cartapesta, intendo. Ma quello che ognuno di noi ha costruito durante questi giorni nel proprio animo. In sua compagnia sarà più facile per tutti vincere ogni paura, guardare al domani con più fiducia, continuare a sorridere e a sognare. Forse sapremo guardare il nostro mondo con occhi diversi. E guarderemo in faccia il diluvio che lo flagella: le guerre, il razzismo, le povertà, la recessione economica e quella morale, la paura del diverso, la fobia del domani, il terrorismo e la decadenza politica, le criminalità organizzate e non, le violenze contro le donne e i bambini a partire da quelli mai nati, i diritti negati, la fame nel mondo, il disprezzo per il creato, gli omicidi e i “deicidi” che quotidianamente consumiamo, la malattia, la morte. Si, lo guarderemo negli occhi, perché saremo capaci di trovare le ragioni del domani in quella grotta dove l'onnidebolezza di Dio si è fatta carne. Da li, da quella grotta, si inarca nel cielo un arcobaleno di speranza che prende corpo nei sentimenti di pace e comunione, nel nostro sforzo di abbattere i muri e promuovere l'accoglienza, nella nostra sensibilità per una città migliore, una terra più pulita, dove ogni uomo, ogni bambino, ogni popolo potrà vivere senza armi, senza guerre, senza fame. E la organizzeremo la speranza in questo nostro mondo solo se in ogni angolo del pianeta riusciremo a costruire una società in cui i diritti di tutti gli uomini saranno interesse di tutti gli Stati e la Palestina non ci richiamerà più l'idea di un conflitto estenuante, senza fine, senza possibile soluzione solo se in Oriente tutti ricorderanno che “ la violenza non dimostra che la ricerca della pace si è spinta troppo lontano, bensì che non l'ha fatto a sufficienza e che nulla di tutto ciò che si è ottenuto è stato ottenuto con la violenza e nulla lo sarà. Sarà ottenuto solo con la pace e i negoziati” e, contemporaneamente, se in occidente non cureremo più sogni di dominio e di impero, e gli stati uniti d'Europa sapranno costruire vincoli di cittadinanza politica più saldi che non quelli che la semplice moneta è in grado di garantire. E forse finalmente anche nella terra di Gesù, da sempre segnata dal sangue, dal lutto e dalla morte, i profumi di pace saranno più intensi dei fumi di guerra e i due popoli avranno ciascuno una loro terra e i muri crolleranno e un giorno al loro posto sorgeranno i ponti, come quelli che abbelliscono i nostri presepi. Allora quest'anno non guastate il presepe. "... Per ( tutto )questo amo il presepe. Ma lo amo, soprattutto, perchè mi suggerisce un' arditezza ancora più grande: che Lui il Signore, è disposto a ricollocare la sua culla ancora oggi tra le pietraie della mia anima inquieta”. Dott. Giancarlo Piccinni Vice Presidente Fondazione Don Tonino Bello Alessano Scrivi Il blogcommento sarà pubblicato dopo la valutazione della redazione (solo per gli iscritti alla newsletter del sito www.guglielmominervini.it). Invia ad un amico (*) campi obbligatori |
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