mercoledi 29 luglio 2009
L'erosione delle parole

“Un sintomo del grado di sviluppo della democrazia e in generale della qualità della vita pubblica si può desumere dallo stato di salute delle parole, da come sono utilizzate, da quello che riescono a significare. Dal senso che riescono a generare. Oggi, nel nostro paese, lo stato di salute delle parole è preoccupante. Stiamo assistendo a un processo patologico di conversione del linguaggio a un'ideologia dominante attraverso l'occupazione della lingua...”
Gianrico Carofiglio

Carissimi,

ha ragione Carofiglio.
Tutto ha origine nella parola.
Quando le parole si logorano fino a divenire gusci vuoti, allora possono rotolare nelle nostre comunicazioni senza lasciare alcun segno.
E la perdita di senso delle parole equivale alla perdita di confine dell'azione. Si svuotano le parole come si svuota il senso morale.
Entrambi sono il sintomo di una patologia. Di una cultura malata.
Carofiglio, nell’artico pubblicato su Repubblica che condivido con voi integralmente in calce, descrive acutamente l'erosione della parola vergogna.
Se ne possono aggiungere altre di parole erose: dignità, onore, pudore, onestà...
Se provassimo a elencare tutte, verrebbe fuori probabilmente il vocabolario delle parole devitalizzate. Dalla ricostruzione di questi significati passa la nostra capacità di indignarci.
Non stiamo parlando del berlusconismo, ma di noi stessi. Di quello straordinario sforzo che dobbiamo compiere per non smarrire il senso della nostra responsabilità.
Che ne dite troviamo ancora la forza di non arrenderci?
a presto
Guglielmo

Lo stato di salute della democrazia e l'incapacità di provare vergogna
di GIANRICO CAROFIGLIO

Un sintomo del grado di sviluppo della democrazia e in generale della qualità della vita pubblica si può desumere dallo stato di salute delle parole, da come sono utilizzate, da quello che riescono a significare. Dal senso che riescono a generare. Oggi, nel nostro paese, lo stato di salute delle parole è preoccupante. Stiamo assistendo a un processo patologico di conversione del linguaggio a un'ideologia dominante attraverso l'occupazione della lingua.
E l'espropriazione di alcune parole chiave del lessico civile. È un fenomeno riscontrabile nei media e soprattutto nella vita politica, sempre più segnata da tensioni linguistiche orwelliane. L'impossessamento, la manipolazione di parole come verità e libertà (e dei relativi concetti) costituisce il caso più visibile, e probabilmente più grave, di questa tendenza.
Gli usi abusivi, o anche solo superficiali e sciatti, svuotano di significato le nostre parole e le rendono inidonee alla loro funzione: dare senso al reale attraverso la ricostruzione del passato, l'interpretazione del presente e soprattutto l'immaginazione del futuro.
Se le nostre parole non funzionano - per cattivo uso o per sabotaggi più o meno deliberati - è compito di una autentica cultura civile ripararle, come si riparano meccanismi complessi e ingegnosi: smontandole, capendo quello che non va e poi rimontandole con cura. Pronte per essere usate di nuovo. In modo nuovo, come congegni delicati, precisi e potenti. Capaci di cambiare il mondo.
Proviamo allora a esercitarci in questo compito di manutenzione con una parola importante e più di altre soggetta allo svuotamento (e alla distorsione) di significato di cui dicevamo. Proviamo a restituire senso alla parola vergogna.
Nell'accezione che qui ci interessa la vergogna corrisponde al sentimento di colpa o di mortificazione che si prova per un atto o un comportamento sentiti come disonesti, sconvenienti, indecenti, riprovevoli.
E' una parola da ultimo molto utilizzata al negativo: per escludere, sempre e comunque, di avere alcuna ragione di vergogna o per intimare agli avversari - di regola con linguaggio e toni violenti - di vergognarsi. La forma verbale "vergognatevi" è oggi spesso utilizzata nei confronti di giornalisti che fanno il loro lavoro raccogliendo notizie, formulando domande e informando il pubblico.
Sembra dunque che vergognoso sia vergognarsi. La vergogna e la capacità di provarla appaiono qualcosa da allontanare da sé, una sorta di ripugnante patologia dalla quale tenersi il più possibile lontani.
Sulla questione Blaise Pascal la pensava diversamente, attribuendo alla capacità di provare vergogna una funzione importante nell'equilibrio umano. Nei Pensieri leggiamo infatti che "non c'è vergogna se non nel non averne".
In tale prospettiva è interessante soffermarsi sull'elencazione, che possiamo trovare in qualsiasi dizionario, dei contrari della parola. Troviamo parole come cinismo, impudenza, protervia, sfacciataggine, sfrontatezza, sguaiataggine, spudoratezza, svergognatezza.
Volendo trarre una prima conclusione, si potrebbe dunque dire che il non provare mai vergogna, cioè il non esserne capaci, è patologia caratteriale tipica di soggetti cinici, protervi, sfacciati, spudorati. Al contrario, la capacità di provare vergogna costituisce un fondamentale meccanismo di sicurezza morale, allo stesso modo in cui il dolore fisiologico è un meccanismo che mira a garantire la salute fisica. Il dolore fisiologico è un sintomo che serve a segnalare l'esistenza di una patologia in modo che sia possibile contrastarla con le opportune terapie. La ritardata o mancata percezione del dolore fisiologico è molto pericolosa e implica l'elevato rischio di accorgersi troppo tardi di gravi malattie del corpo.
Così come il dolore, la vergogna è un sintomo, e chi non è capace di provarla - siano singoli o collettività - rischia di scoprire troppo tardi di avere contratto una grave malattia della civilizzazione.
Qualsiasi professionista della salute mentale potrebbe dirci che le esperienze vergognose, quando vengono accettate, accrescono la consapevolezza e la capacità di miglioramento, e in definitiva costituiscono fattori di crescita. Quando invece esse vengono negate o rimosse, provocano lo sviluppo di meccanismi difensivi che isolano progressivamente dall'esterno, inducono a respingere ogni elemento dissonante rispetto alla propria patologica visione del mondo, e così attenuano il principio di realtà fino ad abolirlo del tutto.
Come ha osservato una studiosa di questi temi - Francesca Rigotti - l'azione del vergognarsi è solo intransitiva e non può mai essere applicata a un altro. Io posso umiliare qualcuno ma non posso vergognare nessuno. Sono io che mi vergogno, in conseguenza di una mia azione che avverto come riprovevole. Pertanto la capacità di provare vergogna ha fondamentalmente a che fare con il principio di responsabilità e dunque con la questione cruciale della dignità.
Diversi autori si sono occupati alla vergogna. La parola è presente in alcuni bellissimi passi di Dante e ricorre circa trecentocinquanta volte in Shakespeare. Ma è davvero interessante registrare cosa dice della vergogna Aristotele nell'Etica Nicomachea. "La vergogna non si confà a ogni età, ma alla giovinezza. Noi infatti pensiamo che i giovani devono essere pudichi per il fatto che, vivendo sotto l'influsso della passione, sbagliano, e lodiamo quelli tra i giovani che sono pudichi, ma nessuno loderebbe un vecchio perché è incline al pudore, giacché pensiamo che egli non deve compiere nessuna delle cose per le quali si ha da vergognarsi".


Postato da Guglielmo Minervini in Valori sociali
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Commenti

1) 8.1.2009 - Inserito da restacarlo2

Per dare corpo alle parole bisogna avere molto coraggio e rischiare. Come dice don Rocco D'Ambrosio: "Le persone che vogliono affrontare seriamente i problemi sono persone che metteranno a rischio la loro vita". Aggiungo io: perchè per dare corpo al significato delle parole bisogna combattere i poteri forti,il corporativismo. Quanti di noi sono disponibili a segu ire questa strada? Don Primo Mazzolari è stato definito un uomo da avamposti, grazie al coraggio di uomini come lui oggi conosciamo la verità del nostro essere cristiani. Ciao Carlo Antonio Resta

2) 29.7.2009 - Inserito da favalearch

Certo che non ci arrendiamo!!! In questo momento non ho la calma necessaria per dirti altro, ma sappi che io sono uno di quelli che non molla. Puoi contarci Un caro saluto Salvatore Favale

3) 30.7.2009 - Inserito da giusymon

Non puoi immaginare l'effetto benfico di certe affermazioni per il mio equilibrio etico e intellettuale. Ecco "le parole"! Forse ti sembrerà esagerato parlare di equilibrio ma, confrontandomi con gli altri, non riesco più a stabilire un senso comune della parola VERGOGNA, perchè essa viene concepita e applicata in modo diverso a seconda del ceto sociale o della posizione politica (oltre la facile pregiudiziale da sempre esistente fra i sessi). Ecco finalmente c'è qualcuno che torna al senso classico della parola vergogna e sembra diradare la nebbia delle interpretazioni soggettive. MA quante altre parole risentono di "uno stato di salute" preoccupante! Quello che ci manca, caro Guglielmo, è la chiarezza e il coraggio di avere delle posizioni chiare e di sostenerle . Io non mi arrendo,però mi sento sempre più sola. Speriamo che cambi qualcosa perchè stiamo scivolando lungo una china troppo pericolosa. Con stima e affetto Giuseppina Montanaro

4) 30.7.2009 - Inserito da giusydemilato

Ho letto, riflettuto e...conservato l'illuminato articolo di Carofiglio!!! Certo che non possiamo mollare!!! Le riflessioni di Carofiglio che ri-prendono l'etimologia smarrita delle parole, le radici...ecco mi aiutano a coltivare l'essenza della mia identità di persona . E mi fanno sentire meno sola. Sono sempre piu' consapevole che : - essere in contatto è fondamentale - che lavorare sul proprio benessere interiore è ancora piu' indispensabile - attivarsi nelle piccole cose nel proprio posto di lavoro/familiare, ecc senza mania di onnipotenza...aiuta... un carissimo abbraccio giuseppina de Milato

5) 30.7.2009 - Inserito da s.centonze

"le parole sono importanti"
Lo ricorda Nanni, come pure i Pink Floyd. Come genere umano per Continuare ad Esistere Dobbiamo Continuare a Parlare: Keep Talking

(incipit tradotto)
Per milioni di anni la razza umana visse proprio come gli animali
Poi accadde qualcosa che liberò il potere della nostra fantasia
Imparammo a parlare

6) 30.7.2009 - Inserito da vito

Certo, bisogna tornare a dare un senso compiuto alle parole. In uno, occorre recuperare in pieno i volori dell'etica, della morale, della famiglia in una società che ormai giustifica, con il maschinismo, l'immoralità conclamata di Berlusconi. Anche la Chiesa dovrebbe aiutarci a "gridare" queste parole. Tuttavia c'è una parola che mi stà particolarmente a cuore e che andrebbe rivitalizzata, se vogliamo dare un senso compiuto ai nostri ragionementi. La parola CORAGGIO. Il coraggio di indignarsi, e di gridare l'indignazione anche guardando quanto di poco edificante e diseducativo accade in casa nostra in questo momento.Mi riferisco al PD.Se non abbiamo il coraggio di denuncie mirate, le parole rimangono fine a se stesse. Un abbraccio Vito.


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